se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza,
allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato,
penso a Dean Moriarty.
Caro Blog,
ce l'ho fatta: ho finito di leggere On the Road dello scrittore e poeta statunitense Jack Kerouac.
C'è mancato poco che, per finirlo, impiegassi il tempo che lui ha usato per vivere quello che ha scritto!
Conoscevo questo libro come si conosce una leggenda.
Spesso per sentito dire, senza approfondire e senza capire fino in fondo cosa significhi.
Infatti ne avevo sentito parlare e lo avevo inserito in una specie di personale zona grigia, che chiamerò: è un classico, ma non credo faccia per me.
Sapevo fosse diventato il manifesto della Beat Generation.
Ma non capivo nemmeno cosa fosse davvero la “Beat Generation”.
Non corro il rischio di anticiparti qualcosa, perché tutti, in teoria, conosciamo questo libro.
Eppure, dopo averlo letto, con immensa fatica, mi rendo conto di una cosa: mi ha restituito la voglia di leggere.
Non la lettura compulsiva, bulimica, che aveva caratterizzato i miei ultimi anni.
Una lettura lenta, dolce, mossa dal bisogno di sapere cosa ne sarà di Sal e Dean, i protagonisti indiscussi di questo romanzo.
Tutto il resto, le sovrastrutture da intellettuali del “non puoi non averlo letto”, scivola addosso come gocce su quei simpatici ombrelli fatti in plastica trasparente.
Alzi gli occhi al cielo e, sotto quella copertura, vedi la pioggia aggredirti senza colpirti.
Diciamolo chiaramente: quanti saranno quelli che lo hanno davvero letto?
Per me, pochi.
Un po' come succede con Fëdor Dostoevskij: a volte sembra più importante dire di averlo letto che leggerlo davvero.
È un libro che mi ha sfiancato e che, contemporaneamente, nelle ultime centocinquanta pagine mi ha tenuto incollata alle sue pagine.
Forse Kerouac voleva solo scrivere un diario di viaggio, descrivendo i luoghi visitati e le emozioni provate strada facendo.
O forse, più semplicemente, ha raccontato la vita come metafora di un viaggio.
Alcuni sanno esattamente dove andare, quali tappe seguire e dove arrivare.
Altri invece camminano e basta, passo dopo passo, godendo di ciò che trovano lungo la strada.
Altri scelgono di non muoversi.
C'è chi si gode semplicemente il viaggio, purché alla guida ci sia lui.
C'è chi si lascia trasportare.
Ci sono quelli che incrociano la strada degli altri e si lasciano deviare dal proprio percorso.
E quelli che, rallentando, assaporano e osservano ogni istante della propria, e dell’altrui, strada-esistenza.
Quello che voglio dire è che, se ho imparato qualcosa da questo libro, è che non esiste una strada.
Esistono possibilità.
Alcuni lo scoprono prima di altri.
Forse dovremmo imparare ad essere più indulgenti mentre osserviamo i percorsi altrui.
Ed evitare i confronti, che fanno male e non ci regalano nessuna soddisfazione.
Una cosa sola sembra accomunarci tutti: la fine della strada.
Solo allora ci ritroviamo tutti incolonnati per imboccare lo stesso svincolo.